La Grande Madre… buona e terribile
2015-10-1926 minuti di lettura Psicoterapia junghiana · Famiglia, genitori, figli · Arte e Creatività Terapeutica
CONTENUTI DELL’ARTICOLO: Introduzione di Pier Pietro Brunelli (Psicologo Psicoterapeuta) – segue un testo di Elena Massone (studiosa della psicologia) e una collezione di immagini tratte dalla Mostra la Grande Madre di Milano (2015), con una presentazione del curatore Massimiliano Gion i (tratta dalla cartella stampa concessa dalla Fondazione Trussardi che ringraziamo).

Testo introduttivo di Pier Pietro Brunelli
Nulla è più grande dell’archetipo della Grande Madre, esso praticamente è Tutto, e quindi anche l’inizio e la fine di ogni cosa. Carl Gustav Jung ha esplorato il profondo senso psicologico dell’archetipo della Grande Madre nell’inconscio collettivo e nell’inconscio individuale. Egli ha indagato come la fascinazione e il mistero per le origini della vita e di ogni cosa è stata sin dalla notte dei tempi considerata come il massimo dei misteri, dando origini a culti e a riti che, pur essendo molto diversi nelle varie culture hanno una universale radice archetipica. La forza primigenia della natura creatrice – considerarata come la totalità perenne e infinita dalla quale viene e ritorna la finitezza e la caducità della vita – è stata quindi rappresentata in molteplici immagini, ma così anche la sua costituiva ambivalenza. Infatti ‘madre natura’ è buona e generosa e dà la vita, ma poi la rivuole indietro e dà la morte. Essa dà il suo nutrimento, tuttavia poi usa le creature che ha nutrito per nutrirsi e nutrirne altre. Questa ambivalenza tra l’essere nutrice, protettrice fonte di vita e divoratrice, abbandonica e mortifera ha generato a livello dell’inconscio individuale e collettivo una sorta di sgomento esistenziale e spirituale.
Minoan Snake Goddess

from Knossos, Crete
c. 1600 BCE
faïence,
height 13 1/2 inches (34.3 cm)
(Archeological Museum, Herakleion)
Per elaborare l’impossibilità logica ed umanamente accettabile di riunificare le polarità inconciliabili dell Grande Madre, gli esseri umani hanno dovuto affrontare una immensa sfida sul piano simbolico e spirituale. Ciò secondo Jung ha avuto un suo effetto costitutivo sull’inconscio collettivo dell’umanità, ma anche sull’inconscio di ogni individuo, sul quale l’archetipo della Grande Madre esercita una primigenia forza condizionante di carattere complessuale. Quanto più un essere umano non ha coscienza della sfida che la Grande Madre esercita dentro di lui e non fa nulla per orientarsi verso una risposta spiritualmente simbolica e filosofica, tanto più si trova nella condizione di un ‘puer’ pervaso da ‘complessi’, con i conseguenti sintomi e comportamenti più o meno disturbati e disturbanti.
Dorothy Iannone

Suck my breast I am your most beautiful mother, 1970-1971
Va considerato che l’archetipo ambiguamente negativo e positivo della Grande Madre è stato da millenni proiettato sul femminile. Con il monoteismo la donna è stata considerata come più vicina alla materia e al corpo, quindi a ciò che essendo corruttibile può facilmente essere preda dei sensi, delle emozioni, e che quindi è spiritualmente inaffidabile (immensa è la bibliografia junghiana e post-junghiana su questi concetti). Lo spirito scisso dalla materia e dal corpo è verticalizzato sul maschile (così è infatti nelle tre religioni monoteiste). Certamente la donna fa parte della spiritualità: dalla Vergine Maria e nella cristianità con molte figure di sante, ma essa ha un ruolo supportivo e comunque a prezzo di una forte castrazione della femminilità (la Madonna del resto ha concepito senza sessualità), così che disparisce il senso originario della dea madre e delle molteplici rappresentazioni arcaiche di madre terra. I culti al femminili nel corso dei secoli sono diventi credenze magiche ed hanno dovuto scontare la loro supposta derivazione da Eva, la prima grande tentatrice, con atrocità e soprusi come quelli del Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe – scritto da due monaci inquisitori domenicani…), e poi con un clima generalizzato di misoginia che le ha relegate ad essere il ‘secondo sesso’, e quindi considerate come inferiori. Soltanto in epoche recenti l’emancipazione, le rivendicazioni e anche la rabbia delle done si è espressa, e ancora oggi non si è raggiunto un buon equilibrio psicoculturale e sociale nella parità tra i sessi, ed inoltre la società dei consumi tende da sempre a sfruttare il corpo della donna e la sua immagine ‘pseudoliberata’… Diversi sociologhi dei consumi hanno paragonato la società dei consumi come una nuova Grande madre del nostro tempo che promette e offre tanto, ma solo per poter sfruttare e manipolare la maggioranza dei suoi figli, cioè soprattutto coloro che lavorano per ‘lei’ e che poi devono pagarla fino all’ultimo quattrino per vivere…

Nell’immaginario, nei sogni, nelle fantasie la Grande Madre si rivela nell’impronta archetipica delle Istituzioni (dalla Grande madre Patria, alla grande famiglia azienda, agli ospedali, carceri e scuole) così come nei piccoli e grandi gruppi (dai partiti alle sette, alla classe o alla squadra…) o nei i luoghi e nelle idee delle grandi adunate (dallo stadio agli expo’…) e nelle ideologie totalizzanti (dittature, pensiero unico, democrazie incompiute tra rappresentazione e manipolazione…), e quindi nelle religioni da Madre Chiesa alla tribù dei culti ctoni (terranei) primitivi di morte-rinascita. Si tratta di contesti ed esperienze ove l’individuo può essere accolto o respinto da una collettività o una comunità o un pensiero fondativo, e verso le quali si deve riuscire a trovare una propria collocazione, con la tendenza o ad identificarsi totalmente e fusionalmente con la Grande Madre, e quindi regressus ad uterum , oppure cercando eroicamente di differenziarsi (mito della sfida dell’eroe alla Grande Madre) e con il rischio di essere annientato in un vuoto che non consente il processo di morte-rinascita che è nella potenza della Grande Madre. Questi ‘movimenti individuativi’ del soggetto nei confronti della totlità sono peraltro osservabili anche nell’ontogenesi, nel senso che iniziano con la nascita, quale prima differenziazione dal corpo materno. Sulle prime il neonato è ancora fusionalmente unito alla madre, tanto che non riesce a percepire la differenza tra sé e lei, e quando l’avverte la colma attaccandosi al suo seno, fonte di protezione e piacere, ma anche di angoscia primaria nella misura in cui il neonato percepisce anche minime possibilità della sua mancanza o una qualche avaria della sua bontà e completezza. Sin dalle prime fasi dello sviluppo il cordone ombelicale ‘psicologico’ (non solo biologico) deve essere tagliato e non senza sforzo. L’infante prova angoscia nel percepire la madre o il care giver maternizzato anche solo lontana di pochi metri. Qualora il suo desiderio si orienti verso un deciso ritorno a lei al fine di poter sfuggire all’ansia di vivere si innesca l’angoscia di ‘non crescere’, quindi di ‘non vivere’, ma se si distacca troppo da lei inizia l’angoscia di vivere e di morire in quanto non vi è più la gratuita della protezione e del nutrimento materno. Naturalmente la figura del padre e di altre figure parentali ed educative gioca un ruolo determinante nel modulare il una equilibrata risoluzione tra distacco e attaccamento dal materno. Un padre problematico e negativo può generare un rifugiarsi regressivo nella madre (la quale per quanto sia equilibrata risente delle disfunzionalità paterne), ciò determinerà problemi nelle relazioni affettive adulte. Oppure un ‘padre difficile’ può accentuare gli aspetti problematici e le sofferenze della madre, o indebolirne le qualità, generando nei figli risposte di iperattaccamento o di fuga dalla relazione materna, anche ciò avrà rilessi disturbanti nelle relazioni affettive adulte, in senso narcisistico e borderline. Si parla perciò di ‘complesso paterno’ e ‘complesso materno’, ma è quest’ultimo che nella sua radice archetipica della Grande Madre, è il complesso originario da comprendere ed elaborare per una più autentica ed equilibrata costituzione del Sé.

La grande Madre dunque è la regina di un dramma archetipico, biologico , psicologico, sociologico e spirituale dell’essere umano come individuo e come specie. Ciò ha una sua ricaduta nei ‘complessi’ e nelle modalità più o meno problematiche di relazione con se stessi e con gli altri, e quindi incide sulla sfera degli affetti in maniera più o meno virtuosa o morbosa (a seconda delle soluzioni relazionali che il soggetto riesce ad elaborare con la Grande Madre che abita il suo mondo interiore).
Ecco quindi che la donna tende a percepire su di sé livello archetipico e psicoculturale la potenza e l’ambivalenza della Grande Madre – dalla notte dei tempi all’attualità – con le annesse proiezioni colpevolizzanti che derivano da complessi materni maschili e da culture maschiliste e neomaschiliste… Nello specifico del ‘complesso materno’ va osservato che per quanto si abbia una madre problematica, ciò può dare luogo a reazioni più o meno complessuali e sintomatiche quanto più non si è elaborato l’archetipo della Grande Madre. Addirittura può anche essere che una madre si comporti in modo equilibrato e coerente, in termini di affetto, protezione, impegno educativo, ma il puer o la puella, donna o uomo, adolescente o anche ormai adulto, potrà proiettare risentimenti su di essa o vivere in una dimensione ‘complessata’ rispetto alle relazioni affettive e alle sue condizioni esistenziale. Egli o ella non riescono a staccarsi dalla madre, non tanto per quello che la madre è o non è, che ha fatto o non ha fatto, ma perché il loro rapporto con l’archetipo della Grande Madre è ancora puerile, ed in tal senso è edipicamente ed incestuosamente sommerso nell’ inconscio. Per semplificare al massimo possiamo dire così: più risulta psicologicamente difficile trovare una propria collocazione concreta e simbolica nel mondo e nei confronti della totalità e più si tende a proiettare tale difficoltà nella relazione inconscia con il materno, in termini di attaccamento regressivo e/o di aggressività – e ciò in parte, a prescindere dalle effettive problematicità e qualità della madre. La soluzione per ‘essere al mondo’ e quindi al cospetto della Grande Madre, non può essere solo razionalisticamente concreta, non è quindi riferibile solo al benessere materiale o ad una concezione filosofica in senso rigidamente logico-scientifico della realtà, in quanto il confronto con il ‘non noto’, la totalità, la vita e la morte, richiede un’elaborazione simbolica e quindi anche intimamente spirituale (e ciò a prescindere da una fede religiosa, che potrebbe essere addirittura sentita come una via salvifica di ‘facciata’, non autenticamente ‘incorporata nella psiche’…). D’altra parte i vissuti problematici con la madre e relativamente al padre, al quadro famigliare e sociale finiscono con il fuorviare l’elaborazione della sfida archetipica con la Grande Madre, ma la risoluzione delle dinamiche relazionali disturbate e difficili, nella famiglia o nella coppia, deve necessariamente passare attraverso una rielaborazione archetipica originaria. Per cui le relazioni attuali diventano tanto più dolorose , complesse e insolubili, quanto meno vi è la possibilità di elaborare la sfida archetipica della Grande Madre, ed in tal senso si orienta in modo particolare una terapia di matrice junghiana.

Ovviamente, qui stiamo cercando solo di offrire una estrema sintesi su un tema immenso quale è la Grande Madre. Lo scopo è innanzitutto quello di far riflettere su come Jung abbia esplorato la potenza della Grande Madre e dei diversi archetipi nella psiche individuale e collettiva, mettendo in luce che non solo l’esperienza ambientale e famigliare influenza la costituzione psichica, ma anche fattori archetipici universali, che sono sempre attivi nell’inconscio individuale e collettivo, dando luogo a molteplici risposte e forme complessuali soggettive.
Lennart Nilsson
![Lennart Nilsson 20 fotografie dalla serie A Child is Born [E nato un bambino], pubblicate su “LIFE”, New York, 30 aprile 1965](/immagini/corpo/bc3b54e889.jpg)
20 fotografie dalla serie A Child is Born [E nato un bambino], pubblicate su
“LIFE”, New York, 30 aprile 1965
Anche una madre può soffrire e far soffrire per una dinamica relazionale con i figli e la famiglia. Certo questo dipende dalla situazione reale e dal comportamento e dalla natura dei figli, del marito, ecc. Eppure la possibilità di elaborare e superare tale dinamica famigliare disturbata dipende molto da quanto essa riesce ad elaborare una coscienza simbolica del suo essere madre. Se una madre non riesce a maturare sufficientemente rispetto ad una consapevolezza più archetipica del suo inconscio e del suo essere madre – e quindi è incapace di riconoscere come l’archetipo della Grande madre generi condizionamenti nel bene, ma anche nel male (considerabili ‘pseudo-borderline’), nella relazione madre-figli – tenderà a permanere entro dinamiche relazionali disturbate, e a vivere la sua femminilità con insoddisfazione e sofferenza. Naturalmente anche un padre deve esplorare dentro di sé l’archetipo della Grande Madre in quanto essa è un’energia che non riguarda solo il femminile, ma l’origine e la fine di tutte le cose, e quindi il ciclo di morte-rinascita che ha una sua realtà psichica, non solo biologica, in quanto l’esperienza stessa del vivere è nel continuo morire e rinascere di emozioni, sentimenti, stati d’animo, pensieri e mondi dentro di sé.

Per concludere questo excursus che riguarda un argomento più che mai senza fine, ricordiamo che Jung ha considerato l’archetipo della Grande Madre in connessione con le diverse configurazioni archetipiche della psiche. In particolare gli archetipi che mediano con la potenza della Grande Madre sono l’Anima/Animus e il Sé (In questo blog si possono trovare altri articoli e indicazioni intorno a questi archetipi…). Anima nell’uomo e Animus nella donna sono gli archetipi dell’amore e del viaggio nel mondo interiore, con essi viviamo un’esperienza psichica di trascendenza tra ciò che è mortale e ciò che percepiamo come immortale, nei sentimenti e nell’al di là. Il Sé costituisce il centro della psiche, in quanto archetipo che fa da pontefice tra l’Io individuale e l’inconscio collettivo, quindi che orienta la psiche percepire la trascendenza come coniugazione tra materia e spirito. In tal senso Anima/Animus e Sé sono gli archetipi che consentono esperienze di conoscenza interiore attraverso le quali viene affrontato ed elaborato il mistero fascinoso e terrifico della Grande Madre. Come abbiamo fatto cenno l’archetipo che costella principalmente la grande madre è quello del Puer che lotta tra spinte unitive e separative da essa. La soluzione tuttavia non dovrebbe essere quella di far maturare a tutti i costi il puer, e quindi irrigidire il ‘bambino interiore’, ma farlo sostenere da altre funzioni archetipiche , quale quella del Senex (Il ‘Vecchio saggio’ o la ‘Medicine woman’), che hanno a loro volta bisogno della forza salvifica e proiettiva del puer per non sclerotizzarsi (questo concetto è stato elaborato in termini di asse Senex-Puer soprattutto da James Hillman). Anche la forza mercuriale del ‘briccone’ archetipico (studiata in primis da Jung) è importante per elaborare un mediazione risanante tra immanenza e trascendenza, quindi tra istinto e anima, in una dimensione simbolica che si armonizza con il mistero della Grande Madre unificante materia e spirito… Quanto più siamo in grado di compiere questa elaborazione interiore della Grande Madre – e non soltanto della madre che ci ha messo al mondo – tanto più non subiremo il ‘complesso materno’ (e le sue ulteriori complicazioni nel ‘complesso paterno’) entrando nell’Ombra (altro archetipo junghiano che indica l’area più inconscia e contraddittoria della soggettività e del Sé) e non proietteremo la sua ambivalenza sugli altri, in particolare verso madri, padri, figli e partner… La Grande Madre resterà comunque sempre la sfida di un mistero inconoscibile e quindi genera fascinazione e timore. Piuttosto che cadere nel misoneismo (paura dell’ignoto) o in un riduttivismo esistenziale che si limita ad una concezione meccanicistica dell’essere nel mondo, ciascuno dovrebbe per il suo benessere psicologico scoprire nel proprio Sé e nella propria Anima una sua propria risposta per esser ‘uniti e separati dalla Grande Madre’, attraverso quella maturazione e quella autenticità che Jung ha chiamato “processo di individuazione”: essere se stessi, unici e assoluti, nel morire e rinascere e nell’ infinità dell’universo di cui siamo parte.

(Pier Pietro Brunelli)
LA FIGURA DELLA GRANDE MADRE TERRIBILE NEL FILM “QUALCUNO VOLO’ SUL NIDO DEL CUCULO”
Testo di Elena Massone
“Qualcuno volò sul nido del cuculo” è un bellissimo film interpretato da un Jack Nicholson straordinario, carismatico, che parla in modo critico e allo stesso tempo profondamente umano dell’istituzione del manicomio e della malattia mentale.
Seppur da profana mi sento di dire che questo film ha toccato così profondamente gli spettatori perché ha un valore anche psicoanalitico e iniziatico: ci narra del “Viaggio dell’Eroe”, in particolare del momento in cui si affrontano i complessi genitoriali interni.

E’ un viaggio iniziatico particolare perché viene compiuto attraverso tre figure distinte: Mc Murphy, l’adolescente Bill e “Grande Capo”.
La Madre Terribile e castratrice è rappresentata perfettamente dalla capoinfermiera Mildred e più in generale dalla struttura stessa del manicomio, la Von Franz ne “Il mondo dei sogni” parla delle istituzioni come di un’emanazione del materno salvifico e imprigionante al tempo stesso. Tutto ciò che avviene nel manicomio, infatti, non è altro che un’emanazione dell’eccesso di Femminile: si dorme legati, appena si affaccia un tentativo di timido dissenso, viene placato con pacatezza e in modo elusivo ma umiliante, tutti vengono nutriti sistematicamente con farmaci che annebbiano e inibiscono l’aggressività e la sessualità, la crudeltà viene inflitta attraverso la gentilezza, la musica di per sé piacevole in realtà impedisce di parlare. Ogni interazione tra personale e pazienti è basata sul ricatto morale e il rimprovero, sono trattati come bambini.
Accanto all’infermiera Mildred c’è il personaggio dell’infermiere-guardia Washington che non a caso si chiama così… e non a caso è afroamericano perché rappresenta esattamente la società occidentale, la finta uguaglianza ipocrita e il buonismo che nasconde il lato crudele della lotta fra emarginati. In questo materno onnipresente si inserisce Mc Murphy ( Nicholson) che porta Eros all’interno della struttura, disobbedisce alla “mamma” e la vede per quello che è realmente, instaurando un rapporto dialettico e diventando la voce di tutti gli altri pazienti. La parte di Anima positiva è invece rappresentata dall’amica di Mc Murphy, l’archetipo della Prostituta ingenua e buona. Mc Murphy sovverte tutte le regole rappresenta il Folle, il Caos, il Trickster, il Puer, il figlio ribelle e allo stesso tempo schiavo dei dogmi genitoriali: non mette mai radici, è piuttosto egoista ed insensibile, elude ogni responsabilità, segue solo il proprio piacere ma ha una natura profondamente buona, volta al bene.

Ci accorgiamo subito che Mc Murphy è invischiato nella lotta all’autorità in generale, è immerso nel complesso paterno negativo (nel film ben rappresentato dalla rivalità con Washington), in modo simile al suo amico nativo americano che invece è bloccato dalla paura di diventare alcolista come il padre e per questo si impedisce di vivere. La cosa che ci illumina sulla presenza del complesso materno negativo nei pazienti stessi è il fatto che molti sono lì spontaneamente! cioè provano un profondo senso di colpa per ciò che sono, in perfetta risonanza con l’istituzione e l’etichetta in cui si sono volontariamente rinchiusi.
A questo proposito è bellissimo il dialogo dove finalmente viene detto loro da Mc Murphy che sono normali e dovrebbero stare altrove. Questi uomini sono quindi in uno stato particolare: una prigionia esterna scelta per effetto di una prigionia interna, invisibile.

Tutto il gioco di scambio di ruoli tra identità del medico e identità del “matto” che si vede nella gita in barca, evidenzia ancora di più come malattia e normalità siamo in prevalenza recitazione di un ruolo. La notte della festa nel manicomio con le due ragazze è onirico-rituale e su questo punto si gioca tutto il film: l’intera coscienza maschile del gruppo è proiettata su Bill, il ragazzo romantico e ancora vergine che balbetta.
Bill fa l’amore per la prima volta con l’amica di Mc Murphy e questo rappresenta simbolicamente un vero e proprio matrimonio psichico tra maschile e femminile ma il problema è che Bill non è un maschile pieno, è ancorato alla Madre.
Quando arriva mattina e si presenta l’infermiera Mildred apprendiamo che rappresenta proprio il Drago del viaggio dell’Eroe: Mildred è una cara amica della madre di Bill, il prolungamento di una donna profondamente disturbata e castrante che ha fatto rinchiudere il figlio sano lì dentro. Ecco allora che Bill potrebbe affrontarla e vincere, ha dietro di sé tutto il gruppo che lo sostiene: Mildred allude alla possibilità di dire all’amica che il figlio è stato con una donna e lo riporta subito al ruolo di “bambino cattivo”. Lui potrebbe controbattere: “diglielo. non mi importa.” sarebbe un simbolico e liberatorio “sono altro da te-da lei e vado bene così” , invece comincia a balbettare e china la testa. Impotente, viene portato via anche se riesce a gridare “No” con una voce finalmente piena. L’unico modo che gli rimane è infliggersi la morte e questo poi porterà a tutti gli eventi successivi del film ripercuotendosi drammaticamente su Mc Murphy che verrà distrutto da elettroshock e lobotomia. L’unico che compie l’ultimo passo è “Grande Capo”, di per sè aveva già fregato tutto il sistema fingendo di essere sordo e muto (questo ci dice che in qualche modo è in un rapporto diverso con il femminile, si è già differenziato). Essendo un nativo americano è portatore di un mondo istintuale, arcaico, spirituale ma anche guerriero. Un’integrazione tra Maschile e Femminile.

“Grande Capo” appropriandosi di tutta la sua forza, supera la paura di essere come il padre e prende su di sè la responsabilità di uccidere Mc Murphy ponendo così fine alle sue sofferenze, poi stacca il lavandino in marmo che nessuno aveva mai avuto la forza di rompere e finalmente l’ acqua comincia a zampillare (una sorta di liberazione dell’Anima dalle restrizioni), infrange la finestra e corre via lontano. La gioia con cui tutto questo viene accolto dagli altri pazienti, ci fa capire che questo gesto rappresenta per loro una catarsi: qualcuno ce l’ha fatta e può diventare ispiratore del coraggio per liberarsi e vivere.
(Elena Massone)

A CORREDO DI QUESTO ARTICOLO PROPONIAMO UNA COLLEZIONE DI IMMAGINI TRATTA DALLA MOSTRA “LA GRANDE MADRE”
Mostra “La Grande Madre” – Milano Palazzo Reale – Piazza Duomo 12. 25.08 / 15.12.2015 Fondazione Nicola Trussardi – Comune di Milano Grazie ai materiali della cartella stampa inviataci dalla Fondazione Nicola Trussardi pubblichiamo oltre alle immagini anche la seguente presentazione del curatore Massimiliano Gioni La mostra “La Grande Madre” analizza l’iconografia e la rappresentazione della maternità nel corso del Novecento attraverso le opere d’arte di oltre cento artisti e numerosi documenti provenienti dalla storia visiva degli ultimi cent’anni, dal 1900 a oggi. Dalle veneri paleolitiche alle cattive ragazze del post-femminismo, passando per la tradizione della pittura religiosa con le sue innumerevoli scene di maternità, la storia dell’arte e della cultura hanno spesso posto al proprio centro la figura della madre, assunta anche a simbolo della creatività e metafora della definizione stessa di arte. Nel corso del Novecento – nella storia dell’arte moderna e contemporanea in particolare – la maternità appare costantemente messa sotto attacco: il corpo della donna si trasforma in un campo di battaglia sul quale si combattono lotte ed esplodono scontri attraverso i quali si delineano nuovi confini tra ruoli e generi sessuali. L’influenza della psicoanalisi, la rivoluzione delle avanguardie, l’accelerazione della modernità e della tecnologia, le politiche degli stati totalitari e le lotte del femminismo sono alcune delle profonde trasformazioni sociali che investono la sfera della maternità e della famiglia, modificando radicalmente le relazioni tra i sessi e tra gli individui e lo stato. Paradossalmente, infatti, quando si parla di madri e di maternità nel Novecento, si finisce sempre per parlare anche di padri – troppo spesso padroni – e di stato e nazioni. Raccontare l’iconografia della maternità significa quindi anche domandarsi chi ha il diritto di decidere del proprio corpo e chi ha il diritto di rappresentarlo. “La Grande Madre”, pertanto, può essere descritta anche come una mostra sul potere della donna: non solo sul potere generativo e creativo della madre, ma soprattutto sul potere negato alle donne e sul potere conquistato dalle donne nel corso del Novecento. Partendo dalla rappresentazione della maternità, l’esposizione si amplia per passare in rassegna un secolo di scontri tra tradizione ed emancipazione, raccontando le trasformazioni della sessualità, dei generi e della percezione del corpo e dei suoi desideri. Concepita come un museo temporaneo nel quale si combinano storia dell’arte e cultura visiva, l’esposizione ricostruisce una narrazione trasversale del ventesimo secolo, esplorando miti e cliché del femminile e seguendo le metamorfosi dei ruoli sessuali nel corso del Novecento, per dar vita a una complessa riflessione sulla figura della donna come soggetto e – non più solo – come oggetto della rappresentazione. Come in un grande album di famiglia, la mostra raccoglie immagini e ritratti che raccontano avventure esistenziali nelle quali la storia ufficiale si intreccia alla biografia personale. Da molte opere in mostra emerge un’immagine molteplice della madre, lontana dagli stereotipi più abusati: è il lato più oscuro, quasi lunare della maternità che molti artisti e artiste del Novecento hanno descritto nelle loro opere. Vista attraverso le testimonianze figurative di cent’anni di storia, la maternità appare immersa in un’atmosfera straniante, in cui si mescolano sentimenti opposti, affetti profondi e rifiuti spietati. Attraverso questi molteplici punti di vista, questa mostra restituisce un’immagine della madre forse meno rassicurante, ma assai più complessa e potente: una figura sulla quale l’intera società occidentale, per oltre un secolo, ha proiettato desideri, ansie e aspirazioni individuali e collettive.* (Massimiliano Gioni) Alcune immagini della mostra “LA GRANDE MADRE”
The Manger [La mangiatoia], 1899
Gertrude Käsebier
![The Manger [La mangiatoia], 1899](/immagini/corpo/a40104d85a.jpg)
![Gertrude Käsebier Adoration [Adorazione], 1897](/immagini/corpo/d75806ccc7.jpg)
Adoration [Adorazione], 1897
![Pawel Althamer Self-portrait [Autoritratto], 2006](/immagini/corpo/7aae9a2616.jpg)
Dorothea Lange
![Dorothea Lange Migrant Mother [Madre migrante], 1936](/immagini/corpo/fc02b750c6.jpg)
Migrant Mother [Madre migrante], 1936

Oscar Bony
![Oscar Bony Oscar Boni, La familia obrera [La famiglia operaia], 1968-1999](/immagini/corpo/873bfd4756.jpg)
Oscar Boni, La familia obrera [La famiglia operaia], 1968-1999
![Maurizio Cattelan, Mother [Madre], 1999](/immagini/corpo/15915f694e.jpg)
Rineke Dijkstra , Julie, Den Hagg, The Netherlands, February 29, 1994, dalla serie New Mothers [Nuove madri], 1994
Gillian Wearing
![Rineke Dijkstra , Julie, Den Hagg, The Netherlands, February 29, 1994, dalla serie New Mothers [Nuove madri], 1994](/immagini/corpo/315b69ed9b.jpg)
![Gillian Wearing Self Portrait as My Mother Jean Gregory [Autoritratto come mia madre Jean Gregory], 2003](/immagini/corpo/009dc35693.jpg)
Self Portrait as My Mother Jean Gregory [Autoritratto come mia madre Jean Gregory], 2003
Maria Lassnig
![Maria Lassnig Illusion von der versäumten Mutterschaft [Illusione di mancata maternità], 1998](/immagini/corpo/b56bc93562.jpg)
Illusion von der versäumten Mutterschaft [Illusione di mancata maternità], 1998
Marlene Dumas
![Marlene Dumas Pregnant Image [Immagine gravida], 1988-1990](/immagini/corpo/e9bc0138e1.jpg)
Pregnant Image [Immagine gravida], 1988-1990
![Cindy Sherman, Untitled #205 [Senza titolo], 1989](/immagini/corpo/16d6d47f0a.jpg)
Rachel Harrison

Untitled (Perth Amboy), 2001
Cindy Sherman
![Cindy Sherman Untitled #223 [Senza titolo], 1990](/immagini/corpo/4d2429124a.jpg)
Untitled #223 [Senza titolo], 1990
Martha Rosler
![Martha Rosler Semiotics of the Kitchen [Semiotica della cucina], 1975](/immagini/corpo/e74cbe164a.jpg)
Semiotics of the Kitchen [Semiotica della cucina], 1975
Pipilotti Rist
![Pipilotti Rist Mother, Son & the Holy Milanese Garden [Madre, figlio e il santo giardino milanese], 2002/2015](/immagini/corpo/a18adc44ff.jpg)
Mother, Son & the Holy Milanese Garden [Madre, figlio e il santo giardino milanese], 2002/2015
Alice Neel
![Alice Neel Nancy and the twins [Nancy e le gemelle], 1971](/immagini/corpo/51b28e6922.jpg)
Nancy and the twins [Nancy e le gemelle], 1971
Anna Maria Maiolino
![Anna Maria Maiolino Por um Fio [Per un filo] dalla serie Fotopoemação [Foto-poesia-azione], 1976](/immagini/corpo/b5f948c4a6.jpg)
Por um Fio [Per un filo] dalla serie Fotopoemação [Foto-poesia-azione], 1976
Maria “Nusch” Éluard
![Maria “Nusch” Éluard Nudes dancing around a gold chalice [Nudi che ballano attorno a un calice d’oro], 1937](/immagini/corpo/05e5249ba0.jpg)
Nudes dancing around a gold chalice [Nudi che ballano attorno a un calice d’oro], 1937
Keith Edmier

Beverly Edmier 1967, 1998
Lennart Nilsson
![Lennart Nilsson 20 fotografie dalla serie A Child is Born [E nato un bambino], pubblicate su “LIFE”, New York, 30 aprile 1965](/immagini/corpo/7d21ed7a8b.jpg)
20 fotografie dalla serie A Child is Born [E nato un bambino], pubblicate su
“LIFE”, New York, 30 aprile 1965


Dott. Pier Pietro Brunelli
Psicologo e Psicoterapeuta, psicoterapia a indirizzo analitico junghiano. Riceve a Roma e in videochiamata.